Saggio della professoressa Elisabetta Pasquini
Il lascito di un musicista dei giorni nostri
di Elisabetta Pasquini
«Gran musagete italiano»: con tale appellativo veniva ricordata, ancora in vita, la figura di padre Giambattista Martini (1706-1784). La fama di colui che agli occhi del mondo poteva fregiarsi dell’altisonante epiteto di ‘guida delle Muse’ si era costruita nel tempo con l’attività di musicografo, didatta e compositore, ch’egli esercitava con la consaputa acribìa e abnegazione nel convento bolognese di S. Francesco, ove risiedette per la gran parte della propria vita.
Il miglior biglietto da visita che Martini esibiva agli occhi del mondo erano anzitutto le sue opere a stampa, musicali e non, che gli garantivano notorietà e apprezzamenti anche oltre le mura del convento, veri e propri doni propiziatorii grazie ai quali rinsaldare i rapporti con principi e prelati e con l’élite culturale di tutt’Europa. Di esse, si ricordi in particolare la Storia della musica (3 t., 1757-81), la prima pubblicata in Italia e redatta in lingua italiana, che rimase incompiuta: ai primi tre tomi, dedicati alla musica degli ebrei, caldei, egizi e greci, avrebbero dovuto seguire gli ultimi due, fino alle origini della polifonia. I non addetti ai lavori non erano forse in grado di cogliere le sottili sfumature dei testi teorico-speculativi, spesso troppo complessi per i semplici dilettanti di musica e gli amateurs; tutti ne apprezzavano invece l’impalcatura concettuale – ai nostri occhi rigorosissima –, che riscuoteva ammirazione unanime: lo testimoniano le molte lettere dell’epistolario, oltre seimila nel complesso, in cui spesso i corrispondenti – personalità politiche, culturali e musicali di spicco: fra tutti, Locatelli, Quantz, Rameau, Tartini, ma anche Federico II di Prussia, Carlo Teodoro di Baviera, Ferdinando di Borbone, il Metastasio e Ludovico Antonio Muratori – lodano la vasta dottrina dell’erudito bolognese.
Del pari, il nome di padre Martini si riverberava anche grazie ai musicisti che a lui si rivol-gevano per apprendere i rudimenti o perfezionarsi in composizione o contrappunto, i tanti allievi – presumibilmente più di un centinaio – ch’egli seguiva con quella bontà e generosità di carattere che tutti gli riconoscevano, e che con orgoglio amavano poi fregiarsi del titolo di suoi discepoli. Accanto ai nomi dei più noti Johann Christian Bach, Wolfgang Amadé Mozart e Niccolò Jommelli, figurano anche musicisti assai meno celebrati che giungevano a Bologna da tutt’Europa per svolgere il tirocinio compositivo sotto la guida del Francescano.
Sopra ogni altra cosa, la figura di padre Martini è oggi cara a studiosi e appassionati di musica per l’avidità e la bravura con cui seppe raccogliere e custodire un’ingente quantità di cimeli musicali, gli indispensabili strumenti di ricerca di cui si giovava il dotto storiografo e bibliografo della musica, in un’epoca in cui le biblioteche pubbliche erano assai poche e i repertorii bibliografici pressoché inesistenti; egli amava sottolineare come fosse infatti il suo stesso lavoro a obbligarlo a «non trascurare qualunque diligenza» nell’arricchire la collezione di libri e dipinti (oggi perlopiù conservati nel Museo della Musica di Bologna), che egli ricercava con grande passione. A detta dello storiografo inglese Charles Burney, che durante uno dei suoi ‘viaggi musicali’ sul continente fece tappa a Bologna, nel 1770 la biblioteca martiniana conservava oltre 17.000 volumi, alcuni dei quali di gran pregio; e qualche anno dopo, i ritratti di musicisti erano oltre 300.