Finanziare la ricerca per la salute 2019

Nuove procedure per lo studio e la diagnosi, nuove soluzioni terapeutiche, nuovi protocolli clinici. Sono 7 i progetti di eccellenza nel campo della salute e della ricerca scientifica realizzati grazie al sostegno della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che sabato 23 febbraio dalle ore 9.00 saranno presentati nella sala dello Stabat Mater alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna (piazza Galvani 1), nel corso dell’incontro pubblico Finanziare la ricerca per la salute. Il contributo della Fondazione del Monte.

I 7 progetti, che hanno avuto un finanziamento complessivo di 167mila euro, sono stati realizzati da team multidisciplinari di più laboratori. Alla Biblioteca dell’Archiginnasio i responsabili delle ricerche illustreranno i risultati raggiunti. Intervengono la presidente della Fondazione del Monte Giusella Finocchiaro, il rettore dell’Università di Bologna Francesco Ubertini, il vicepresidente della Società medica chirurgica di Bologna Nicola Rizzo, il consigliere di amministrazione della Fondazione del Monte con delega alla Ricerca scientifica Luigi Bolondi e il coordinatore della Commissione Ricerca scientifica del Consiglio di indirizzo della Fondazione del Monte, Luigi Busetto.

Nuove metodologie per misurare la vitamina D

Il gruppo guidato da Uberto Pagotto (UOC Endocrinologia e CRBA, Policlinico S. Orsola-Malpighi e Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna) ha sviluppato un nuovo metodo ad elevata sensibilità, basato sulla cromatografia liquida accoppiata a spettrometria di massa tandem, per quantificare la presenza nell’organismo di vitamina D. La carenza del metabolita è associata a numerose patologie, quali cancro, malattie cardiovascolari, broncopneumopatia cronica ostruttiva, obesità, diabete mellito, ipertensione, sindrome metabolica, fertilità e salute del neonato.

La neuroinfiammazione dall’evento acuto alla neurodegenerazione cronica

Patrizia Hrelia (Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna) ha studiato le cause e i meccanismi delle patologie neurodegenerative, condizioni debilitanti, in gran parte non curabili, determinate da eventi acuti (ictus e trauma cranio-encefalico) oppure di natura cronica (come la malattia di Alzheimer e di Parkinson). Il progetto, condotto insieme al Centro studi per la ricerca sul coma della Casa dei risvegli Luca De Nigris (Azienda USL di Bologna), è finalizzato alla definizione di strategie farmacologiche per la prevenzione o il contenimento di neuroinfiammazione, neurodegenerazione e deficit cognitivo.

Riconoscimento automatico della cataplessia

La ricerca di Giuseppe Plazzi (Dipartimento di Scienze biomediche e neuromotorie dell’Università di Bologna) ha permesso di definire un nuovo approccio diagnostico per la narcolessia di tipo 1, malattia rara autoimmune, che in genere viene riconosciuta non prima dei 15 anni d’età, con conseguenti danni ai pazienti che devono ricorrere a ripetute valutazioni cliniche e frequentemente all’utilizzo di farmaci inappropriati. Grazie a un setting di registrazione video e a un algoritmo messo a punto da ingegneri del Dipartimento di Informatica, ora si può identificare oggettivamente uno dei sintomi della narcolessia, la cataplessia, che comporta la perdita improvvisa della forza muscolare a fronte di forti emozioni positive.

La crioconservazione dei gameti nella tutela della fertilità umana e nella zootecnologia

L’obiettivo del progetto di Renato Serracchioli (Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna) è stato ottimizzare il protocollo e l’efficienza clinica della crioconservazione dei gameti mediante l’impiego di sostanze antiossidanti. La crioconservazione dei gameti ha un ruolo fondamentale sia nella procreazione medicalmente assistita (consente un notevole miglioramento dei tassi di gravidanza cumulativa) sia per la tutela della fertilità in pazienti oncologici. È, inoltre, uno dei mezzi più validi per sostenere la biodiversità animale e tutelare i patrimoni genetici di razze in estinzione.

Una possibile strategia per il problema della resistenza ai farmaci antibiotici

Sintetizzare e testare nuove molecole con potenziale attività antibatterica è la strada intrapresa da Vittorio Sambri (Dipartimento di Medicina specialistica diagnostica e sperimentale dell’Università di Bologna e Unità operativa di Microbiologia dell’AUSL della Romagna) per arginare la diffusione della resistenza ai farmaci antibiotici. Il fenomeno, in assenza di consistenti misure di contrasto, sta mettendo infatti in discussione la cura di patologie ad eziologia batterica. La nuova classe di composti antibatterici potrebbe essere rappresentata dalle Baulamicine, molecole derivanti da microrganismi marini.

Una prospettiva biologica innovativa per la chirurgia vertebrale

Il progetto di ricerca di Milena Fini (Laboratorio di Studi preclinici e chirurgici dell’Istituto ortopedico Rizzoli) è nato dalla necessità di accelerare la guarigione di diverse patologie vertebrali che richiedono interventi chirurgici a seguito di traumi, tumori e processi degenerativi. L’obiettivo, in particolare, è stato migliorare la “chirurgia di fusione vertebrale” (una tecnica attraverso cui si uniscono 2 o più vertebre tra di loro) e quindi la qualità della vita dei pazienti, riducendo complicanze e tempi di ripresa. L’utilizzo di cellule staminali, prelevate direttamente dal midollo osseo dei pazienti, apre nuove, promettenti prospettive.

Aumentare la consapevolezza dei fattori di rischio cardiovascolare

Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte al mondo. Alcuni fattori di rischio non sono modificabili (sesso, età, etnia, familiarità), mentre altri sono facilmente trattabili cambiando stile di vita o, quando necessario, con una terapia farmacologica. Arrigo F.G. Cicero (Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna) ha condotto un’indagine su 1.652 persone per capire quanto fossero consapevoli dei fattori di rischio cardiovascolari. Le loro risposte sono state confermate attraverso visite ed esami del sangue. Il 23% degli ipertesi e il 18% degli ipercolesterolemici non sapeva di esserlo. Inoltre il 60% delle persone che non erano sicure di essere ipertese e il 40% di quelle non sicure di essere ipercolesterolemiche, in realtà lo erano. Tutte presentavano inoltre un grado di invecchiamento vascolare peggiore rispetto alle persone consapevoli del loro disturbo. Il risultato sembra quindi dimostrare come l’esposizione inconsapevole a un fattore di rischio possa causare un invecchiamento vascolare precoce.